
L’auto aziendale ad uso promiscuo è uno dei fringe benefit più apprezzati dai dipendenti e uno degli strumenti più efficaci per attrarre o trattenere talenti in azienda. Vediamo come funziona, le regole da rispettare e i numerosi vantaggi fiscali.
Il fringe benefit auto aziendale è una forma di retribuzione non monetaria che l’azienda riconosce al dipendente in aggiunta allo stipendio, assegnandogli un veicolo aziendale anche per uso personale (o ad uso promiscuo). Il dipendente, quindi, potrà utilizzare l’auto aziendale sia per gli spostamenti professionali che per finalità personali – tra cui le giornate non lavorative e i periodi di ferie.
Si tratta di una tipologia di fringe benefit conteggiata in busta paga e quindi soggetta alle normative vigenti, con l’obiettivo di incentivare l’acquisto e l’utilizzo di veicoli a basse e zero emissioni ambientali.
Ma quindi, come funziona il fringe benefit auto aziendale e quali sono le regole di tassazione da rispettare?
Le auto aziendali ad uso promiscuo rappresentano la tipologia di fringe benefit auto più diffusa. In seguito alla stipulazione di un accordo tra datore di lavoro e dipendente, l’auto aziendale viene assegnata al lavoratore sia per scopi lavorativi che per utilizzo personale e può essere utilizzata non solo negli spostamenti lavorativi, ma anche durante il tempo libero e i giorni festivi.
Senza ombra di dubbio, uno degli aspetti più vantaggiosi di questo strumento è il regime fiscale agevolato previsto dalla normativa vigente, che determina il valore del benefit e semplifica il calcolo della tassazione.
Il calcolo del fringe benefit per le auto aziendali ad uso promiscuo si basa su una percorrenza annua convenzionale fissata a 15.000 chilometri, moltiplicata per i costi chilometrici indicati ogni anno dalle Tabelle ACI e la percentuale di tassazione – che varia in base all’alimentazione del veicolo (ne abbiamo parlato in questo articolo).
Quindi, se il fringe benefit si calcola utilizzando la formula:
costo chilometrico ACI x 15.000 km x % di tassazione
per ottenere la quota mensile da inserire nel cedolino del dipendente, basterà semplicemente dividere il risultato ottenuto per le mensilità.
In un momento storico in cui la transizione alla mobilità elettrica è più forte che mai, quello della mobilità aziendale è un mondo estremamente dinamico e soggetto a continue evoluzioni normative.
E se, da una parte, nel 2026 le percentuali di tassazione applicate al calcolo sono rimaste invariate:
con il solo scopo di incentivare la mobilità a basso impatto ambientale; dall’altra abbiamo assistito a diversi aggiornamenti in merito ai sistemi di tassazione del fringe benefit auto aziendale, tra cui il Decreto Correttivo sulle auto aziendali a diesel o benzina in flotta da oltre cinque anni e la mini riforma sul bollo auto per le flotte aziendali.
Il fringe benefit auto aziendale rappresenta uno strumento polivalente che genera interessanti vantaggi sia per le aziende che per i dipendenti. Entrambe le parti, infatti, sfruttano un trattamento fiscale e contributivo agevolato rispetto alla retribuzione ordinaria.
Per l’azienda, il costo dell’auto (acquisto, manutenzione, assicurazione, ecc.) non solo è deducibile ai fini delle imposte sul reddito d’impresa, spesso con percentuali più favorevoli quando il veicolo è concesso in uso promiscuo al dipendente rispetto a un uso esclusivamente aziendale; ma, come anticipato, offrire questo benefit può anche rivelarsi estremamente efficace per attrarre e fidelizzare il personale, a un costo netto spesso inferiore rispetto a un aumento di stipendio di pari valore.
Per il dipendente, invece, il vantaggio principale sta nel fatto che l’auto viene tassata come reddito figurativo (e quindi calcolato su percentuali forfettarie del costo chilometrico ACI, variabili in base alle emissioni di CO2 del veicolo) invece che come reddito in denaro pieno: ciò significa pagare imposte e contributi solo su una quota convenzionale – molto più bassa del reale valore d’uso dell’auto. In questo modo, il dipendente rileva un beneficio economico netto superiore rispetto a ricevere la stessa somma in busta paga.
Il meccanismo si applica anche ai liberi professionisti che operano in forma societaria o come amministratori con compenso, mentre per chi lavora in regime di partita IVA il vantaggio si traduce diversamente, ad esempio attraverso la deducibilità dei costi del veicolo aziendale utilizzato per l’attività.
In sintesi: una situazione chiaramente “win-win” perché entrambe le parti risparmiano su tasse e contributi rispetto all’equivalente in denaro contante.
Per sfruttare appieno questi vantaggi, però, è fondamentale affidarsi al partner giusto per la gestione della mobilità aziendale.
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